False partenze

Se un giorno partirò per il non luogo a cui tutti in fondo siamo destinati,
lo farò senza portare alcuna valigia.
Non porterò indumenti di ricambio, cartine, cellulari o gps, perché le coordinate di sé non sono memorizzate dai satelliti.
Se un giorno farò quel viaggio, imparerò a sentirmi piccolo guardando le formiche perché avrò compreso quanto i loro intenti siano perseguiti con una costanza che non appartiene all’uomo.
Quel giorno non mi servirà ricordare a memoria i nomi dati ai fiori, perché potrò riconoscerli sentendone il profumo, il profumo sarà un emozione, e all’emozione le parole si sa, non servono, abita comodamente il silenzio.
Non mi interesserà conoscere il nome di quel pugnetto di piume che saltella su di una pietra in mezzo al fiume,
mi basterà aver avuto il tempo di apprezzarne l’atterraggio.
Non parlerò del libeccio, del maestrale o del vento di ponente,al contrario confesserò di non averla una parola capace di descrivere la sensazione del vento sulla pelle quando chiudi gli occhi.

Se un giorno avrai il coraggio di partire per quel non luogo a cui, come tutti in fondo sei destinata, ti chiedo di farlo senza portare il mio corpo con te, senza le mie lettere o la maglia, senza l’anello, senza la foto, senza la voce, senza l’accusa, senza il perdono.
Ti chiedo di sdraiarti sul mio ricordo, quando con il cammino avrai stancato le gambe e riempito di passi le scarpe.
Ed anche di ripartire poco dopo, affamata di quegli stessi passi, come un giorno lo fosti della vita.
Ti chiedo di tacere, fissando i tratti del tuo viso mentre danzan con le onde di un fiume che fugge il passato, e di mettere a terra la fronte, poggiarla sul muschio umido per poi sussurrare il tuo nome, ascoltandone rapita il suono che si mischia col mondo.
Indossa gli stracci con orgoglio, perché diverrà tanto elegante il tuo pensiero, da saperti vestire con quelle sete preziose che nascondi nelle tasche chiuse dell’adolescenza, laddove hai piegato e conservato la spontaneità.
Ti chiedo di non coprirti dalla pioggia.
Di non cercare l’ombra quando a mezzogiorno il sole seccherà l’argilla delle rive, di resistere alla tentazione e non fermarti sul particolare dimenticando il paesaggio.
Di scordare chi sei permettendo a chi vuoi essere di uscire dalla pelle e coprirti come un manto da tutte le intemperie.
Perché so che non mi trovi.
Non sai più in quale parte di bosco cercarmi, non ricordi più il sentiero sul quale siedono i sogni e le panchine di legno.
Hai perso dagli occhi gli spruzzi della fontana, che sembrano danzare nel tentativo di sfiorare il cielo ma ad un millimetro da lui, ricadono nell’attesa della prossima occasione.
Tu cammina.
Spostando le mani dal caos, per posarle sul grembo che già fu dimora di un miracolo.
E quando ad un certo punto, si fermerà il vento e tutti i grilli smetteranno di frinire, quando le foglie fermeranno la loro caduta a metà ed il sole attenderà la fine del nostro bacio, in quel momento sentirai che per piangere non c’è bisogno di soffrire, perché mentre scenderanno le lacrime, vedrai le nuvole aprirsi e sarai di nuovo te stessa.

In quel momento, voltandoti mi troverai.
E capirai che in realtà dal tuo fianco, non mi son mai spostato.

(Sonnessa Gianluca)
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