In pasto alla notte

In pasto alle notte

Assaporai gli spicchi di un giorno maturo,
tenendo tra queste dita incredule quel piccolo miracolo di tempo.
Lo feci restando seduto in disparte,
mentre labbra rabbiose ed urlanti
vomitavano miscugli di lettere.
Lo feci mentre le giugulari si gonfiavano
pompando un odio incendiario e novello.
Lo feci mentre tutto crollava, mentre i soffitti si sgretolavano come nel più abbandonato degli ospedali, nel momento stesso in cui come un pezzo d’intonaco,
il cuore sbriciolato sdraiava i pezzi sul pavimento.
Quella notte lo feci restando.
Godendo il silenzio di una notte di veglia.
Cullato dalla gentilezza dell’ unico albero che da dietro quel vetro, non smise mai di oscillare.
Neppure per un attimo.
Fino al mattino.
Successe.
Mentre intorno calcinacci di quelle che furono emozioni piombavamo, con inaspettata crudeltà su ignari crani,8
dalle quali crepe sgorgava una lava rovente di un incomprensione celata, magmatica, intestina e sotterranea.
Successe mentre lapilli di rabbia disegnavano parabole cascanti d’inaspettata inimicizia.
Cosi successe.
E quello fu l’istante in cui iniziai a costruire noi stessi.
Quello fu il Momento.
Quando quei calcinacci sbriciolati,
confusi nella penombra della stanza,
si fecero la mia corazza.
Fu l’Attimo in cui, per quanto in alto riuscissero ad arrivare quei lapilli finivano per spegnersi in un sottile sbuffo di fumo.
E con lui tutto il resto dei mali.

E so che un foglietto a quadretti è rimasto per mesi in pineta, fra gli aghi caduti e i nuovi germogli, coperto da una pietra grigia striata di bianco.
E forse la pioggia l’ha sciolto, o forse è stata la terra ad assorbirlo per sempre.
Ma non c’è più.
Non è più al suo posto.
C’era scritto:

“Se oggi voi non sentite più il mio battito,
non vomitate ancor ‘altre parole,
ma fate il favore,
poggiate la mano sul vostro di petto
e dite,
che suono sentite?
Un suono metallico,
o il suono di un cuore?”

(Sonnessa Gianluca)
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